[BITCOIN E CRIPTOVALUTE – TASSAZIONE]

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COME VENGONO CONSIDERATE LE CRIPTOVALUTE IN ITALIA

Le nuove tecnologie “blockchain” hanno reso possibile l’introduzione delle criptovalute nel mondo digitale e reale, a partire dal Bitcoin che ha toccato valori anche pari a $ 20.000.

Il mercato delle criptovalute ha avuto una crescita esponenziale, e ad oggi si contano oltre 500 exchanger, cioè piattaforme di negoziazione online, oltre 1.000 criptovalute diverse, per volumi miliardari.

L’Agenzia delle Entrate è quindi intervenuta nel cercare di dare delle definizioni e indicare eventuali assoggettamenti a tassazione di redditi e condotte rilevanti nelle transazioni di criptovalute.

Senza entrare nel merito della correttezza o meno delle definizioni adottate dall’AdE, in questo articolo verranno riassunte le posizioni dell’Autorità italiana sull’argomento.

RIFERIMENTI NORMATIVI E DI PRASSI

Ad oggi non sono molti i riferimenti normativi o di prassi su cui basarsi per inquadrare correttamente l’argomento, e quindi per il momento seguiremo quanto indicato dall’AdE:

  1.  Sentenza 22 ottobre 2015, causa C-264/14 della Corte di Giustizia dell’Unione Europea;
  2. Risoluzione dell’Agenzia delle Entrate n. 72/E del 2016;
  3. Decreto Legislativo n. 90/2017
  4. Risposta all’Interpello per la Direzione Generale della Lombardia dell’Agenzia delle Entrate (Interpello 956-39/2018).

Partendo dalle definizioni fornite dall’AdE, in primis si evidenzia come quest’ultima cataloghi le criptovalute come “valuta virtuale” secondo il dettato dell’articolo 1, comma 2, lettera qq), del D. Lgs. 231/2007, il quale fornisce la seguente descrizione di ciò che deve intendersi valuta virtuale: “la rappresentazione digitale di valore, non emessa da una banca centrale o da un’autorità pubblica, non necessariamente collegata a una valuta avente corso legale, utilizzata come mezzo di scambio per l’acquisto di beni e servizi è trasferita, archiviata e negoziata elettronicamente”.

Nella Risoluzione del 2016, l’AdE riconosce alle criptovalute due fondamentali caratteristiche:

  • Natura non fisica, bensì digitale, essendo create, memorizzate e utilizzate non su supporto fisico ma su dispositivi elettronici, e di conseguenza conservate in portafogli elettronici (c.d. wallet);
  • Emissione e funzionamento dei Bitcoin grazie a dei codici crittografici e a dei complessi algoritmici.

La Risoluzione dell’AdE resta coerente con i principi espressi dalla giurisprudenza europea che identifica i Bitcoin come mezzo di pagamento contrattuale o volontario stabilito tra parti privati, e quindi non vengono equiparati a titoli; inoltre conferma il principio di “neutralità Iva” dato che il regime Iva dei mezzi di pagamento legali deve essere applicato a tutti i mezzi di pagamento, ed inoltre riconosce l’esenzione Iva come per le divise ex art. 10 Dpr 633/72.

Nella stessa Risoluzione, avallata dalla successiva pronuncia del 2018, l’Autorità specifica che l’attività di intermediazione di valute tradizionali con bitcoin, svolta in modo professionale ed abituale, costituisce un’attività rilevante oltre agli effetti dell’Iva anche dell’Ires e dell’Irap, soggetta agli obblighi di adeguata verifica della clientela, di registrazione e di segnalazione previsti dal decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231.

Per quanto attiene invece alle persone fisiche che detengono criptovalute al di fuori dell’attività d’impresa, alle operazioni di conversione di valuta virtuale si applicano i principi generali che regolano le operazioni aventi ad oggetto valute tradizionali. Questo significa, come precisato nella pronuncia del 2018, che le cessioni a pronti di valuta virtuale non danno origine a redditi imponibili mancando la finalità speculativa, salvo generare un reddito diverso qualora la valuta ceduta derivi da prelievi da portafogli elettronici (wallet), per i quali la giacenza media superi un controvalore di euro 51.645,69 per almeno sette giorni lavorativi continui nel periodo d’imposta, ai sensi dell’articolo 67, comma 1, lettera c-ter), del testo unico delle imposte sui redditi approvato con d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (TUIR), e del comma 1-ter del medesimo articolo. Per cessione a pronti si intende una transazione in cui si ha lo scambio immediato di una valuta contro una valuta differente.

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Quadro RW persone fisiche

DETTAGLI FISCALI - QUADRO RW

Come visto, per le persone fisiche che non effettuano transazioni di criptovalute in ambito professionale, l’Agenzia delle Entrate non prevede in generale un obbligo di tassazione, salvo i casi in cui presso i wallet risultino giacenze medie superiori ad un controvalore di € 51..645,69 per almeno 7 giorni lavorativi continui nel periodo d’imposta.

Per determinare un’eventuale plusvalenza derivante dal prelievo dal wallet, che abbia superato la predetta giacenza media, si deve utilizzare il costo di acquisto e, agli effetti della determinazione delle plusvalenze/minusvalenze, si considerano cedute per prime le valute acquisite in data più recente (cfr. articolo 67, comma 1-bis, del TUIR).
In caso di bitcoin ricevuti “a titolo gratuito”, il costo iniziale da considerare è quello sostenuto dal donante, ai sensi del comma 6 dell’articolo 68 del TUIR.

 

Inoltre relativamente alle criptovalute, l’AdE precisa che poiché alle valute virtuali si rendono applicabili i principi generali che regolano le operazioni aventi ad oggetto valute tradizionali nonché le disposizioni in materia di antiriciclaggio, si deve ritenere che anche le valute virtuali devono essere oggetto di comunicazione attraverso il quadro RW, indicando alla colonna 3 (“codice individuazione bene”) il codice 14 – “Altre attività estere di natura finanziaria”.
Il controvalore in euro della valuta virtuale detenuta al 31 dicembre del periodo di riferimento deve essere determinato al cambio indicato a tale data sul sito dove il contribuente ha acquistato la valuta virtuale. Negli anni successivi, il contribuente dovrà indicare il controvalore detenuto alla fine di ciascun anno o alla data di vendita nel caso di valuta virtuale vendute in corso d’anno.

Da ultimo, l’Agenzia precisa che le valute virtuali non sono soggette all’imposta sul valore dei prodotti finanziari, dei conti correnti e dei libretti di risparmio detenuti all’estero dalle persone fisiche residenti nel territorio dello Stato (c.d. IVAFE), in quanto tale imposta si applica ai depositi e conti correnti esclusivamente di natura “bancaria” (cfr. circolare 2 luglio 2012, n. 28/E).

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La disamina di come oggi sia visto e considerato dall’Autorità fiscale italiana il fenomeno della detenzione e scambio di criptovalute, evidenzia diverse criticità e incongruenze, dato che le definizioni e le indicazioni fornite non collimano sempre con quanto avviene per le valute estere, ad esempio con riferimento alla fornitura del cambio ufficiale mensile che non esiste per le criptovalute, o con riferimento ai principi contabili che non permettono l’indicazione tra le disponibilità liquide delle criptovalute al contrario di quanto avviene per le divise estere.

Ricordando che la materia tributaria deve essere esclusivamente regolata dalla legge, e che le Circolari e Risoluzioni amministrative dell’Agenzia non costituiscono fonte di diritto come anche recentemente precisato dalla Giurisprudenza (sentenza 6185/2017, della Corte di Cassazione), ci auspichiamo un sollecito e chiaro intervento normativo in materia.

Grazie per la lettura.

FLT